Quando pensiamo alla plastica probabilmente le prime immagini che vengono in mente sono quelle sconfortanti di spiagge totalmente invase dai rifiuti. O quelle drammatiche dei troppi pesci morti avvelenati per aver ingerito questo materiale.
O magari la associamo a tutti gli imballaggi che ci riportiamo a casa ogni volta che facciamo la spesa.

Difficilmente il nostro pensiero corre al continente africano. Eppure anche l’Africa sta soffocando sotto la morsa letale di plastica e microplastiche. Degli 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici che ogni anno finiscono negli oceani, ben 4.4 milioni di tonnellate si riversano nei mari che circondano questo continente.

Sono miliardi i sacchetti di plastica che hanno invaso il territorio africano, con danni enormi per l’agricoltura e l’allevamento. In questi Paesi lo smaltimento e il riciclo sono praticamente sconosciuti, e spesso la plastica viene bruciata all’interno dei villaggi, causando patologie anche gravi e aumentando il degrado sociale.

In occidente il problema dell’inquinamento da plastica ormai coinvolge ampi strati dell’opinione pubblica. Sono sempre più numerose le persone e le organizzazioni che si impegnano per diffondere uno stile di vita plastic free. Si moltiplicano le iniziative e le soluzioni alternative e sostenibili alla plastica.

Il tema è stato recepito anche a livello governativo, con l’imposizione di nuovi standard produttivi, come quelli previsti dalla direttiva UE sull’abolizione della plastica usa e getta a partire dal 2021. La situazione rimane gravissima, ma ci sono tanti segnali che fanno ben sperare e alternative ecologiche alla portata di tutti.

In Africa invece la situazione è drammatica, perché, come avviene sempre per questo continente disgraziato, non esistono alternative. In Africa non si può scegliere tra un sacchetto di plastica e uno di tela.  Tra una bottiglia usa e getta e una di vetro. Si subiscono le conseguenze di scelte prese da altri, su cui le persone comuni non hanno alcuna voce in capitolo.

Tutti gli oggetti di plastica rimangono abbandonati per anni sui terreni agricoli, penetrando nel suolo e riversandosi nei fiumi e nei mari. Inquinano l’ambiente e danneggiano la salute delle persone e degli animali.  E la cosa peggiore è che in Africa di plastica si muore.

Si muore per aver bevuto acqua da falde contaminate. Per le malattie contratte durante le esalazioni tossiche dei roghi. Perché il raccolto è stato decimato dai residui della plastica. Perché gli animali, unica fonte di reddito, finiscono avvelenati.

Per questo motivo sono rimasta molto colpita dall’attività di AidBricks, un’associazione non-profit che si propone di salvare l’Africa dalla plastica, coinvolgendo le comunità locali e sfruttando le moderne tecnologie.
L’ho conosciuta per caso e  sono diventata subito un’attiva sostenitrice.

Come opera quest’organizzazione? Il modus operandi è innovativo e trasparente, improntato ai principi della partecipazione, dell’ecoedilizia e del lavoro etico.

In sostanza AidBricks raccoglie fondi che finanziano la costruzione di edifici ecosostenibili con mattoni ecobricks. Gli ecobricks sono mattoni realizzati con pezzi di plastica non riciclabile.

E qui entra in gioco la prima grande innovazione di Aidbricks. Non solo si trova un nuovo utilizzo per quelli che altrimenti sarebbero stati soltanto dei rifiuti, destinati ad alimentare i roghi o inquinare i campi, ma si coinvolge attivamente la popolazione locale.

I raccoglitori di plastica vengono remunerati, alleviando la loro condizione di estrema povertà e consentendo a queste persone, spesso donne e adolescenti, di crearsi una piccola fonte di reddito.

E vengono retribuiti anche coloro che producono i mattoncini ecobricks, pagati attraverso dei voucher per l’acquisto di generi alimentari e beni di prima necessità presso gli spacci delle missioni umanitarie locali.

In questo modo si innesca un circolo virtuoso che produce grandi benefici sia per l’ambiente che per la popolazione. Si incentiva il recupero della plastica e si retribuiscono i raccoglitori e i produttori di mattoncini. Si dà lavoro anche ai muratori locali, che hanno la possibilità di aggiornarsi sulle tecniche di costruzione innovative con gli ecobricks.

E infine si affidano gli edifici così costruiti ad operatori locali, affinché li utilizzino per scopi di utilità sociale, come scuole o asili nido.

L’altra grande innovazione di Aidbricks è l’utilizzo della tecnologia Blockchain, che consente di tracciare ogni passaggio nelle operazioni di bonifica ambientale. In questo modo l’organizzazione garantisce la massima trasparenza nella gestione delle risorse.

Per ogni donazione si riceve un magnete. Sul  retro è riportato il QR Code necessario per registrare la transazione effettuata. In questo modo, grazie alla tecnologia Blockchain, si può seguire il percorso della donazione fino al destinatario finale.

Tutto estremamente efficace, innovativo e trasparente.

Se vuoi avere maggiori informazioni su questa fantastica iniziativa, puoi consultare il sito internet dell’associazione: https://www.aidbricks.org/

 

Please follow and like us:
Facebook
Facebook